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La Vera Cucina Piacentina

I piatti della tradizione piacentina sono tanti, come peraltro sono tante le meraviglie che si possono ammirare da queste parti.
I tre salumi tipici: la coppa il salame e la pancetta.
Si dice che il Cardinale piacentino Giulio Alberoni, tra i più astuti porporati mai esistiti, che era ambasciatore alla corte di Filippo 5 di Spagna offrisse come dono ai diplomatici dell’ epoca (stiamo parlando del primi del 700) bauli interi di questi Salumi.
I Pisarei e Faso sono un capolavoro di arte contadina, con un gusto unico, caldo e avvolgente che viene dal sugo molto ricco grazie alla presenza della pestata di lardo (pistà ‘d grass) e fagioli borlotti. Ingredienti semplici per una ricetta immortale.
I Tortelli Del Petrarca chiamati cosi poiché sembra venne modificata la forma dell ‘originale fagottino emiliano rendendoli cosi a “caramella”; il ripieno è di ricotta e spinaci e il sughero di accompagnamento è di burro fuso e salvia.
I maccheroni alla Bobbiese, premetto che Bobbio è una città a se stante con le sue centenarie tradizioni (tra cui questo piatto) ma facendo parte del nostro territorio ci permettiamo di inserire questo alfiere della cucina bobbiese tra i piatti piacentini.😀
Buon Appetito e ricordate che noi del borgo incantato siamo ottime forchette e ottimi dispensatori di consigli gastronomici🍽

una storia millenaria

Il magnifico e strategico sito ove ora sorge Travo fu abitato già dal paleolitico. In tempi antichi, adoratori del dio Pan, adepti di minerva e popolazioni celtiche dedite a misteriosi rituali psicomagici lo e lessero a domicilio. Ancora oggi il viaggiatore attento, ammirando il paesaggio mozzafiato dalla cima della Pietra Perduca, sacra ai fedeli di Pan, e le tre rarissime specie di tritoni che sguazzano indisturbati nello stagno in cui maestosa si rispecchia, può percepire il carattere magico-mistico del luogo.
Incerta è l’origine del n ome Travo . Forse tributo al condottiero di stirpe gallica Triverio , che lì si stabilì con le sue o rde. Forse retaggio dell’antica pratica del guado del Trebbia a mezzo di travi e tronchi chiamati trabes in latino. Certo è che la presenza del pescoso fiume Trebbia, un clima temperato, l’assenza di afa o nebbia, una terra fertile e le foreste ricche di cacciagione lo resero u n luogo ideale all’insediamento.
Ancora nel quarto secolo Travo e i villaggi vicini erano abitati d a popolazioni dedite a svariati culti pagani, probabilmente responsabili dell’atroce martirio di Sant’Agostino, pioniere del cristianesimo nella zona.
In seguito la privilegiata posizione nel mezzo della Val Trebbia, frequentatissima via commerciale fra la Pianura Padana e il mar Tirreno, fece di Travo un centro di grande importanza per il Papato. Ancora oggi possiamo ammirare almeno una quindicina di costruzioni religiose di grande pregio edificate fra il decimo e diciottesimo secolo, così come altrettanti castelli torri ed edifici militari di varie epoche.
I travesi, apprezzatissimi da tutti i piacentini per l’innata simpatia, i modi squisiti, il coraggio e la lungimiranza agostiniani nonché la vitalità bucolica del dio Pan, vi stupiranno con la loro proverbiale accoglienza. I prodotti locali e i piatti tipici, preparati con la sapienza della dea Minerva, vi incanteranno proiettandovi in una fiaba reale… come in tutti i nostri viaggi.

Una storia gloriosa

Piazza dei Cavalli è la piazza storica di Piacenza, ed è un nome singolare, visto che in essa sorge il palazzo del Comune, detto il Gotico, fra i migliori esempi dell’architettura civile gotico-lombarda. Ma i due monumenti equestri realizzati in bronzo da Francesco Mochi (1580-1654) nel ‘600 hanno prevalso, e “Piazza dei Cavalli” è divenuta il nome corrente. Dei cavalli, e non dei cavalieri, che sono Alessandro e Ranuccio Farnese, padre e figlio, duchi di Parma e Piacenza in successione diretta. I due monumenti, che costarono molto cari ai cittadini di Piacenza, furono edificati per ordine di Ranuccio: prima il suo, nel 1612, e circa dieci anni più tardi, fra il 1620 ed il 1625, quello del padre Alessandro. Ed è il monumento ad Alessandro ad essere fra i pochi grandi monumenti bronzei nelle nostre piazze, col Marco Aurelio in Campidoglio a Roma.
Alessandro aveva esordito brillantemente a Lepanto (1571), poi era stato generale al servizio degli Spagnoli ed aveva ottenuto grandi successi nelle Fiandre con la presa di molte città fra cui Anversa. La sua fama era europea e, non avendo molto tempo da dedicare al suo stato, lo aveva fatto gestire dai funzionari. Il figlio Ranuccio, che divenne duca alla morte del padre, nel 1592, si immerse completamente nelle attività dello stato e lasciò un ricordo di ferocia bieca ed ottusa. Già era infelice personalmente. Ma a questo aggiunse una sospettosità verso tutti e tutte; gli si deve il famoso processo contro la cosidetta “congiura della Sanseverina”, Barbara Sanvitale, che ispirò Stendhal per la Chartreuse.